Matera Capitale della Cultura 2019. Omaggio ad un romeno che molto ha fatto per la storia e la cultura della Basilicata. Intervista a Gabriela Adameşteanu, nota scrittrice e nipote di Dinu Adameşteanu, l’archeologo che svelò la Magna Grecia Lucana

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Il patrimonio artistico-culturale in Lucania è legato al nome di DinuAdameşteanu. Il grande potenziale archeologico della Basilicata, risalente al VII secolo a. C., se adesso è rivalutato e valorizzato lo si deve alla figura di DinuAdameşteanu, archeologo che giunto da Toporu, in Romania, e arrivato in Italia per motivi di studio e lavoro, ha iniziato a comprendere il grande valore del nostro patrimonio archeologico, riuscendo a far partire quel processo di rivalutazione e valorizzazione che ancora oggi la Basilicata può vantare di avere.

Infatti, malgrado il potenziale archeologico esistente, la Basilicata fino a cinquant’anni fa non ha avuto una propria Sovraintendenza dei Beni archeologici. Solo nel 1964 fu istituita la Sovraintendenza dell’Antichità con sede a Potenza, e la fortuna fu che a guidare l’Ufficio fu proprio il professor Adameşteanu.  Dopo aver dato il via agli scavi, il professore diede l’impulso per la creazione di quella rete museale e di parchi aperti, oggi usufruibili dal pubblico, come l’Antiquarium di Metaponto, il Museo Nazionale Ridola di Matera, il Museo Nazionale Siritide di Policoro, il grande Museo Statale di Metaponto, il Museo provinciale, per l’area melfese, nel castello Normanno.Senza la sua generosità e il suo dinamismo,gli studi sulla storia antica della Basilicata non avrebbero potuto realizzarsi. A DinuAdameşteanu va il più grande riconoscimento dei Lucani, perché grazie alle sue ricerche e ai suoi studi è riuscito a far conoscere la Basilicata che da terra incognita, come l’aveva definita l’archeologo T.J. Dunbadin negli anni quaranta del secolo scorso, è diventataterra cognita. Sono stati scoperti 37 siti nell’area di Matera, Eraclea, Venosa, Grumentum, grazie all’opera encomiabile dell’archeologo romeno. Nel 2003, un anno prima della sua morte, ha ricevuto dal governo romeno l’onorificenza della Stella della Romania, per la promozione dei rapporti tradizionali di amicizia tra Italia e Romania.

Bucarest: In occasione dell’inaugurazione di Matera 2019 e a quindici anni dalla scomparsa dell’archeologo romeno,incontriamo la nota scrittrice Gabriela Adameşteanu, figlia di MirceaAdameşteanu, fratello di Dinu, e le chiediamo di concederci una breve intervista sullo zio e il suo lavoro in Lucania.

 

Lei è una scrittrice conosciuta sia in Romania che all’estero, ha avuto anche uno zio, Dinu, molto noto soprattutto in Sud Italia per il suo lavoro di archeologo e scopritore della Magna Grecia in Basilicata. Cosa ci può raccontare di Suo zio?

 

Posso raccontare tantissime cose di lui. Quando sono stata in Italia per presentare per la prima volta la traduzione del mio libro “L’incontro”, apparso nel 2009 con Nottetempo, ho scoperto che lui era ancora molto famoso a Roma e in alcune recensioni è comparsa anche una sua fotografia accanto alla mia. Ho incontrato anche persone che lo avevano conosciuto e che serbavano un ottimo ricordo di lui, cosa che per me non era una novità, perché fin da quando ero piccola sapevo dai miei familiari che era famoso e che era un personaggio conosciuto in Italia. Ha rappresentato una sorta di modello da seguire per tutti i giovani della famiglia, solo che noi lo abbiamo incontrato molto tardi, negli anni settanta. Lui è stato diverse volte in Romania, di solito in estate o quando c’era qualche conferenza. È stato anche membro corrispondente dell’Accademia Romena e finanche professore onorario alla facoltà dell’Università di Bucarest, ma questo è accaduto più tardi, intorno al 1996. Inizialmente, quando veniva in Romania, era sempre circondato da accademici ed era difficile avvicinarlo perché quelli con cui lavorava erano interessati sia a conoscerlo, sia forse ad essere aiutati nel loro lavoro e per questo era molto circuito. Questo è durato fino a quando è venuto per l’ultima volta, credo nel 2002. L’ultima volta l’ho visto a novembre del 2003, quando sono andata appositamente a trovarlo con mio figlio a Roma. Praticamente viveva solo in casa, ma era molto cosciente.

 

Il periodo dell’arrivo di Suo zio in Italia coincide con lo scoppio della seconda guerra mondiale e in seguito con l’avvento del regime comunista in Romania. Perché scelse l’Italia e perché decise di rimanerci? Era considerato per caso un dissidente oppure è rimasto per altri motivi?

 

Ha scelto l’Italia perché a Roma si trova l’Accademia di Romania e probabilmente non c’erano tante altre istituzioni romene di questo tipo al di fuori dei confini, d’altro canto si adattava benissimo con la sua specializzazione, aveva terminato lingue classiche e in Italia aveva ottenuto il dottorato. Ci furono, quindi, diverse ragioni per le quali scelse l’Italia, io all’epoca non c’ero e non ho avuto modo di parlarne con lui, ma presumo gli sia sembrato del tutto normale essere lì. Era diventato cittadino italiano, parlava italiano meglio del romeno e si considerava italiano.

 

Il Suo libro “L’incontro” è apparso in Italia nel 2009 ed è dedicato a Suo zio Dinu. Gli eventi riferiti al protagonista,TraianManu, sono legati in qualche modo alle esperienze di Suo zio o sono soltanto il risultato della Sua creatività?

 

Nella prima edizione romena ho scritto che la storia del libro l’ho ricevuta da un amico e, quindi, non si tratta della storia di mio zio. È un tema preso da una storia dell’ex Unione Sovietica, un amico mi aveva raccontato di un emigrante russo partito prima dell’avvento del comunismo in Russia, il quale aveva fatto ritorno dopo trent’anni per un breve periodo nel suo paese, dove pensava di non trovare più parenti. Quando riparte rimane molto perplesso, perché non aveva capito se coloro che lo avevano aspettato all’arrivo erano veramente suoi familiari, spie o uomini del KGB. Questa è la storia che mi aveva raccontato un amico, MihaiBotez, e che ho menzionato nella prima edizione. Poi, sicuramente ho collocato alcuni avvenimenti in Italia perché avevo sentito dei racconti da mio zio. Alcuni li ho collocati anche in Germania perché c’era una sorta di parallelismo tra il regime totalitario che c’era in Romania e quello in Germania.

 

Suo zio tornava spesso in Romania?

 

Veniva almeno una volta all’anno e quasi sempre si fermava poco a Bucarest. Si recava subito a Toporu, il villaggio dove era nato e dove si trovava la casa dei genitori. Era lì che la famiglia andava a trovarlo per poter parlare con lui. Era molto legato alla famiglia. Io gli chiesi allora, a novembre del 2003, quando era già difficile per lui spostarsi, se volesse tornare in Romania e lui rispose che ci pensava ogni notte e che decideva sempre di restare in Italia, perché quello era stato il suo destino, amava molto l’Italia ed era orgogliosissimo di ciò che aveva fatto quando era stato Sovrintendente all’Antichità. Quando sono stata a trovarlo, sia la prima volta che tutte le altre mi ha portato a visitare tutti i musei archeologici che aveva eretto e mi ha raccontato come era prima l’Italia. Non sapevo che ci fossero state grandi pezze di terreno incolte o espropriate, era molto orgoglioso di come appariva adesso il Sud, era molto felice e mi disse che quando era arrivato lui era tutta un’altra cosa. Amava quella zona come se ci fosse nato. E ho avuto la sensazione che lì fosse molto amato. Tuttavia a Policoro lui era piuttosto solo, questa è la verità, negli ultimi mesi era rimasto solo anche perché sua moglie era tornata in Germania.

 

Cosa ha rappresentato la Basilicata per Suo zio, secondo i Suoi ricordi?

 

Per lui l’Italia ha rappresentato la Patria in cui ha scelto di vivere, senza dubbio perché era un paese vicino alla sua terra natìa. Si sentiva, però, più vicino all’Italia che alla Romania, di cui era scontento di molte cose. Gli piaceva molto dell’Italia e ci raccontava anche degli anni in Sicilia. Una volta ci parlòdi come giunse in Sicilia e di come all’inizio fu molto difficile. Ci disse che non aveva nemmeno una tenda per lavorare e un letto su cui poggiarsi e, quindi, dormiva accanto agli scavi. Inoltre, specialmente il sabato e la domenica, i suoi operai tornavano a casa dalle famiglie, a volte gli portavano anche da mangiare, lui non aveva dove andare, sua moglie era a Roma e lui era molto solo. Teneva alla cittadella di Gela, di cui, di fatto, aveva scoperto lui l’antichità.In seguito, ricevette una tenda molto grande da parte del Re di Svezia che, trovandosi in Sicilia, era andato a visitare gli scavi. Non molto tempo fa,ho ricevuto anche una lettera da una scrittrice siciliana, che ha scoperto nella villa albergo “Casa Cuseni”, una corrispondenza integrale tra Dinu e Daphne Phelps, cugina di un archeologo inglese (Arthur Evans ndt), ereditiera della casa, risalente agli anni cinquanta. Mi ha contattato chiedendomi notizie sui diritti d’autore, perché vorrebbe che questa corrispondenza fosse pubblicata. Quindi, negli anni cinquanta Dinu era in Sicilia ospite della villa. Quando è tornato a Roma, ha studiato aerofotometria e poi è stato mandato in Basilicata.

 

Cosa rappresenta la Basilicata per la Sua famiglia?

 

Ci sono tanti posti in Romania dove non sono stata mai o con cui non ho alcun tipo di legame, mentre sono molto legata a Policoro.A Bucarest c’è stato anche un Ambasciatore originario di Policoro, Sua Eccellenza Mario Cospito, una bella persona che ho rispettato moltissimo e che ha anche organizzato una mostra dal titolo “Magie d’ambra nella Basilicata antica”, dedicata a Dinu. Quindi, Policoro è un posto che sentovicino alla mia anima. Allo stesso tempo però, dopo che è venuto a mancare Dinu, i miei sentimenti così caldi per l’Italia sono cambiati. Mi riferisco anche alla città diRoma, dove mi sono incontrata con Dinudurante i miei brevi viaggi. Lui era all’Accademia di Romania, passeggiavamo, mi mostrava il ristorante dove era solito andare da giovane, la Chiesa romena. Roma aveva un’attrazione in più perché c’era Dinu lì. Dopo ho avuto molte difficoltà a ritornarci, perché sentivo la sua assenza. Policoro mi è cara, ma è dura quando penso che lui non vive più lì. Sicuramente c’è il Museo, ma non lui, e dubito che anche la casa sia ancora come l’ha lasciata.

Credo che lui meritasse molta più attenzione da parte dei romeni. Quando c’è stata la celebrazione a lui dedicata, alla presenza anche delle altre mie cugine, le autorità romene non hanno preso parte. Non è da meravigliarsi, spesso i politici e le rappresentanze romene non sono attenti alla cultura.

*(intervista e traduzione dal romeno all’italiano a cura di Serafina Pastore e Ida Valicenti)

Didascalia foto: 1. Dinu con Gabriela Adameşteanu insieme ad altri parenti nel villaggio di provenienza, Toporu. Dall’Archivio di famiglia. 2.Dinu e il fratello Aurel presso Toporu. Dall’Archivio di famiglia.

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